Il peso dell'incertezza
Sono stata invitata dalla Fondazione FGS di Cassano Magnago per condurre una breve conferenza dal titolo “Il peso dell’incertezza. Come costruiamo noi stessi oggi”.

Questo evento è uno dei tanti proposti dalla fondazione e accompagna alcune mostre d’arte che trattano il macrotema del cannibalismo sociale.

Sono stata lusingata per l’invito, ma la sfida era complessa. Ciò che mi hanno chiesto di affrontare è infatti un tema molto ampio che meriterebbe un approfondimento molto più lungo. Non è stato semplice costruire questo incontro e renderlo comprensibile, evitando polemiche o polarizzazioni.
Ho scelto di condurla proponendo un viaggio, accompagnata da alcuni stimoli: albi illustrati (non potevano mancare), canzoni e notizie quotidiane.
Ho affrontato il tema partendo dal concetto di diverso e introducendo alcune delle forme di discriminazione più diffuse oggi:
- razzismo,
- sessismo
- omotransfobia
- antisemitismo
- abilismo
- grassofobia
- agenismo.
Da questa introduzione ho parlato dei concetti di identità e radicamento, poiché noi esseri umani abbiamo bisogno di appartenere, di avere radici, di identità. Tutto questo ci permette di sapere chi siamo, di poterci chiedere cosa vogliamo e muoverci in quella direzione.
“Noi esseri umani siamo come alberi: radicati al suolo con una estremità, protesi verso il cielo con l’altra, e quanto più forti sono le nostre radici terrene, tanto più possiamo protenderci”
A. Lowen
Più le nostre radici sono forti, più possiamo espanderci.
Oltre al bisogno di appartenere, abbiamo anche bisogno di esplorare e sentirci liberi. La sperimentazione e il senso di appartenenza ci permettono di costruire la nostra identità e decidere.
Un eccesso di chiusura e un eccesso di libertà creano confusione e smarrimento; e se mi sento smarrito diventa difficile decidere, assumermi la responsabilità di prendere una decisione. Cosa accade quindi? Se non riesco a decidere, due sono le strade:
- evito
- oppure lascio che qualcun altro decida per me.
Ti propongo due brani di canzoni.
«Cosa fai stasera sei ancora vivo?
Ci vediamo o preferisci il divano?
Cosa hai fatto poi con il lavoro?
Mangi merda o li hai mandati a fanculo?
Siamo giovani, lo siamo stati
E cerchiamo di non essere uccisi
Dal capitalismo, dalle dirette
Dei cantanti pop, degli influencer»
Mando Panico, Ex-Otago feat Fabri Fibra
«E se non hai niente in cui credere
Non avrai niente che puoi perdere, sì, tranne te
Le mie incertezze, andate in cenere
Non voglio il mondo che tu mi vuoi vendere
Sulla rete leggo solo bugie
Alla tele vedo solo bugie
E non so più a cosa credere, è l'alba
Certe sere solo bere mi calma
Per la strada sento solo bugie
Chi comanda dice solo bugie
Ah, c'è troppa poca fede rimasta
La gente non ci crede, ci casca»
Qualcosa in cui credere, Marracash
Sono due estratti di due canzoni recenti, che rendono molto bene il concetto di incertezza, smarrimento, di tendenza ad aggrapparsi a qualcosa di superfluo, di materiale. Al bisogno di dipendere da…, per non sentire la sofferenza e lo smarrimento.
Manca un progetto, qualcosa in cui credere e per cui valga veramente la pena impegnarsi. La strada unica sembra l’omologazione, per non sentirsi esclusi o diversi, con il grosso rischio di perdere sé stessi. A quel punto mi aggrappo a qualcosa o a qualcuno, pensando che tutto ciò mi aiuti o mi faccia sentire qualcuno.
Oggi tutti vogliamo essere qualcuno e per questo è sempre più facile vedere emergere persone con tratti narcisistici, in alcuni casi anche psicopatici. Anche il nostro vicino vuole essere qualcuno e diventiamo tutti grandi dietro uno schermo, schiacciare l’altro con insulti o tentando di dominarlo ci fa sentire forti e apparentemente vincitori.
Quando l'umanità diventa gregge, allora vuole l'animale capo
Un capo che semplifica i problemi, che parla per slogan e che riduce la realtà e la sua spiegazione a un'approssimazione.
Non voglio spaventare nessuno, ma voglio offrire un importante spunto di riflessione sullo stato delle cose. Non posso vendere soluzioni facili, ma la strada c’è e sta nell’aprire il proprio cuore. Mi piace lasciare la parola ad Alexander Lowen, dalla sua opera “La depressione e il corpo”.
«Il sentimento è la vita interna, l'espressione la vita esterna. Se la questione viene posta in questi semplici termini è facile vedere come una vita completa richieda una vita interiore fiorente (ricca di sentimento) e una vita esteriore libera (libertà di espressione). Nessuna delle due cose da sola può soddisfare pienamente. Prendiamo ad esempio l'amore. Il sentimento dell'amore è un sentimento ricco, ma l'espressione dell'amore in parole o in atti è una gioia immensa.
Vi è una grande differenza tra la spiritualità dell'uomo apportatore di umano calore, di comprensione e di simpatia per il prossimo e la spiritualità dell'asceta che vive nel deserto o si confina in una cella. Una spiritualità che ha divorziato dal corpo diventa un'astrazione e un corpo cui è stata negata la spiritualità diventa un oggetto.
Quando parliamo di spiritualità e di vita interiore, non stiamo forse parlando del sentimento dell'amore che unisce l'uomo all'uomo, ad ogni forma di vita, all'universo e a Dio? Eppure molti non vedono il problema in questi termini. Sono disposti a considerare l'amore per Dio un sentimento spirituale mentre ritengono che l'amore per la donna sia un sentimento carnale. Nel primo caso il sentimento d'amore è astratto dall'oggetto, nel secondo caso è posto in relazione diretta con l'oggetto. Un amore astratto può essere amore puro perché non è contaminato da alcun desiderio carnale, ma come un'idea pura che non ha carica emotiva, non ha alcuna importanza nei confronti della vita. Quando l'amore in Dio non viene manifestato anche nell'amore per il prossimo, ivi incluso il sesso opposto, e per tutte le creature viventi, non è vero amore. E quando l'amore non viene espresso in azioni e comportamenti, non è vero amore ma un'immagine dell'amore.»
Se vuoi vedere un estratto della conferenza, ti invito a cliccare sull'immagine sottostante.
